L'argomento del Master
  
D: Cosa si intende per
adolescenza ?
R: E’ difficile
dare una definizione univoca senza incorrere nel rischio
di “luoghi comuni” e “generalizzazioni astratte e
stereotipate”. Tuttavia, pur riconoscendo un’elevata
variabilità nelle manifestazioni comportamentali e nei
vissuti personali di ogni individuo, si può asserire
che l’adolescenza è una fase dello sviluppo
caratterizzata da rapide trasformazioni sia sul piano
biologico che di quello psicologico; trasformazioni che
comportano la necessità di un riadattamento
complessivo, sia del mondo interno (formazione
dell’immagine di sé), sia del mondo esterno
(relazioni interpersonali e sociali): a questo
proposito, lo psicologo americano Stanley Hall (1904)
che fu uno dei primi a studiare l’adolescenza in modo
sistematico, l’ ha definita “…quasi come una nuova
nascita”. La rapidità dei cambiamenti che hanno luogo
in un arco di tempo relativamente breve, che demarca il
passaggio dall’età dell’infanzia all’età adulta,
espone l’adolescente ad una fase particolarmente
delicata del processo di costruzione dell’identità
personale, per l’effetto combinato di influenze
endogene (modificazioni somatico-ormonali) ed esogene
(modificazioni nelle aspettative sociali). Proprio la perturbazione degli equilibri bio-psicologici fino
ad allora raggiunti e la provvisorietà dei nuovi
equilibri in fase di costruzione, contribuiscono a
rendere l’adolescenza una fase particolarmente
instabile dello sviluppo; in questo senso essa viene
considerata un’età “a rischio”, sia pure
fisiologico e transitorio.
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D: Cosa si intende per disagio
adolescenziale ?
R: Esistono
certamente molteplici manifestazioni del disagio
adolescenziale (dalle forme apparentemente inspiegabili
di ripiegamento in sé stessi, ai cambiamenti repentini
dell’umore, ai fenomeni più o meno manifesti di
ribellione all’autorità, fino ai fenomeni più
estremi di devianza e marginalità sociale) in rapporto
alle diverse caratteristiche della personalità di ogni
individuo ed al contesto socio-familiare in cui vive.
Tuttavia, un denominatore comune a queste diverse
manifestazioni può essere trovato nella crisi di
crescenza che caratterizza questa fase dello sviluppo e
nel bisogno di costruire ed affermare una propria
identità autonoma. In questo senso le tipiche posizioni
conflittuali dell’adolescente non rappresentano
necessariamente un aspetto negativo o patologico (come
talvolta possono apparire dal punto di vista
dell’adulto), ma il bisogno di affermare, magari anche
contro la logica e la razionalità, un proprio peculiare
modo di essere, e questo processo di individuazione
spesso passa da un “prendere le distanze”, anche in
modo clamoroso e provocatorio, dalle figure adulte di
identificazione e dalla necessità di marcare un confine
dalla condizione passata dell’infanzia. In una certa
fase dello sviluppo, infatti, che quasi per tutti
coincide con l’adolescenza, questo processo di
distanziamento e di “affrancamento” dal mondo degli
adulti, sembra necessario e funzionale proprio a poter
costruire e riconoscere un proprio sé autonomo. Poi,
tipicamente, le posizioni più esageratamente
conflittuali sono destinate ad essere riconciliate nelle
fasi successive dello sviluppo, quando ormai il giovane
sente di avere formato una propria identità. E’
importante quindi che l’adulto possa “riconoscere”
il valore intrinseco delle posizioni conflittuali
dell’adolescente e accetti “la sfida” del
conflitto senza rinunciare al proprio ruolo genitoriale,
poiché, entro certi limiti, esso è funzionale alla
crescita e non deve essere evitato a tutti i costi, sia
rinunciando ad esercitare la propria autorità, sia
impedendo ogni forma di dissenso.
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D: Cosa si intende per caso
clinico ?
R: Non tutte le
forme di disagio adolescenziale restano in un alveo di
normalità. Bisogna infatti riconoscere che questo
periodo di rapide trasformazioni rappresenta una fase
particolarmente delicata dello sviluppo, ed è esposto
al rischio di perturbazioni sia interne (
intrapsichiche) che esterne (interpersonali), che
possono alterare in modo significativo il normale corso
evolutivo e sfociare in vere e proprie situazioni
patologiche, specialmente in quei casi in cui “non
c’è spazio” per una risoluzione del conflitto tra
le molte diverse identità (identificazione coi genitori
e con altri adulti di riferimento, con coetanei
significativi, con personaggi mitizzati, ecc.) che
l’adolescente si trova a vivere, e non c’è
possibilità di trovare una posizione di equilibrio
costituita dalla sintesi delle molteplici esigenze che
ora la vita pone. In queste situazioni, il rischio di un
“breakdown”, di una crisi esistenziale è molto
forte e le espressioni che esso assume possono essere
diverse in rapporto alle caratteristiche di personalità
e al contesto familiare e sociale di ogni individuo. Così,
ad un estremo del continuum delle crisi adolescenziali
troviamo tutte quelle forme di reazione “internalizzate”,
la cui espressione più grave è forse costituita dai
casi di anoressia nervosa.; all’estremo opposto vi
sono le forme “esternalizzate”, la cui espressione
più caratteristica è rappresentata dai fenomeni più
estremi di devianza giovanile, come l’appartenenza a
bande dedite ad attività delinquenziali. E’ chiaro
che tutti questi casi, compresa la gamma di reazioni
intermedie tra questi due poli del continuum (ad
esempio, uso di sostanze psico-attive), costituiscono
delle distorsioni del normale percorso evolutivo e, in
quanto tali assumono una vera rilevanza clinica e
richiedono un’appropriata presa in carico
specialistica, spesso di tipo medico-psicologico.
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D: Prevenzione o cura del
disagio adolescenziale ?
R: Il vecchio motto
“prevenire è meglio che curare” non è affatto un
luogo comune nel caso delle crisi di “crescenza” che
caratterizzano lo sviluppo nella fase adolescenziale.
Innanzitutto, perché l’adolescenza, di per sé, non
è una malattia (e quindi non ha senso pensare di
curarla), ma soltanto un’epoca evolutiva che in virtù
delle sue caratteristiche peculiari, è più esposta al
rischio di perturbazioni in senso patologico (ma ciò
non è necessariamente vero dal momento che ogni fase
dello sviluppo ha le sue specifiche vulnerabilità),
comunque non generalizzabili ad ogni individuo. In
secondo luogo, perché anche nei casi in cui lo sviluppo
imbocca una direzione patologica, ciò non avviene
solitamente in modo repentino, ma attraverso un periodo
più o meno prolungato di “incubazione” del disagio
che si manifesta attraverso una serie riconoscibile di
segnali che possono essere “raccolti” dalle figure
adulte di riferimento (genitori, insegnanti, ecc.) e
affrontati direttamente o portati alla consultazione
clinica. Solo quando questa fase conflittuale non può
trovare una sua naturale risoluzione, essa può evolvere
verso una patologia franca, che tipicamente coincide con
la perdita più o meno marcata dell’equilibrio
personale e/o sociale e che richiede di essere trattata.
In ogni caso, quando la rete sociale in cui vive
l’adolescente è sufficientemente sensibile ai segnali
di disagio che egli manifesta, quasi sempre è possibile
intervenire in suo aiuto con diverse possibili forme di
sostegno psicologico, sia specializzato, ma anche
informale, quale quello che a volte possono fornire gli
insegnanti o gli stessi amici del ragazzo. La
prevenzione è dunque possibile, a condizione che esista
un “sistema di attenzione” ai segnali del disagio, e
generalmente consente di evitare un’evoluzione verso
forme patologiche conclamate. Quando queste si
verificano, spesso si trova che qualcosa non ha
funzionato nel “sistema sociale di allarme”, e solo
retrospettivamente ci si accorge dei segnali che
preannunciavano la crisi. Sarebbe quindi importante
sviluppare un istema di indicatori sufficientemente
sensibile (non avere troppi falsi negativi) e affidabile
(non avere troppi falsi positivi), ma ciò non è
impresa facile, data l’elevata variabilità
inter-individuale e la rapidità delle trasformazioni
che caratterizza l’adolescenza.
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